Paura come barriera alla cura: la testimonianza dei medici del Minnesota

L’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Torino pone all’attenzione un documento di straordinaria rilevanza etica e clinica, recentemente ripreso e diffuso dalla rivista Il Punto. Si tratta della lettera aperta a firma del dottor Bernard E. Trappey e del gruppo Minnesota Physician Voices, pubblicata sul New England Journal of Medicine.

Il testo denuncia una realtà in cui le politiche di contrasto all’immigrazione e il clima di intimidazione generato dalla presenza dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) stanno svuotando ospedali e ambulatori. Non per assenza di patologie, ma per il terrore dei pazienti di essere detenuti o deportati. Una situazione che ha toccato il culmine con l’uccisione del collega infermiere Alex Pretti.

Nel decidere di diffondere questo appello, il Presidente dell’OMCeO Torino, Guido Giustetto, ha sottolineato l’importanza di riflettere su come le dinamiche sociali possano impattare sulla salute pubblica e sulla nostra professione:

“Ci fa vedere gli effetti della violenza da una prospettiva diversa, quella di chi ogni giorno cura le persone, incurante di chi siano, di quale sia il colore della loro pelle e di quali, ipotetici, reati possano essere accusati”.

Di seguito, riportiamo alcuni dei passaggi più significativi della lettera, che richiamano al senso profondo del Giuramento medico.

@Tim Evans – MPR News

We do care – Lettera aperta dai medici del Minnesota

Come medici, abbiamo prestato un giuramento per prenderci cura degli altri e per non arrecare danno […] Ed eccoci qui, spinti a condividere le nostre storie in questo momento, affinché il resto del Paese sappia che cosa sta accadendo nel nostro Stato. Stiamo testimoniando ciò che la paura può fare alla salute di una comunità. […]

In Minnesota ci siamo ritrovati in un periodo straordinariamente pericoloso.

Quando i nostri pazienti rinunciano alle cure mediche, il danno non è teorico. È misurabile. La paura non tiene soltanto le persone lontane dagli ambulatori e dai pronto soccorso, ma le spinge verso la crisi.

Assistiamo con orrore a una donna incinta trascinata nella neve da agenti federali e comprendiamo perché le nostre pazienti scelgano di restare a casa piuttosto che cercare cure prenatali. Ma sappiamo anche cosa accade quando l’assistenza prenatale viene trascurata. Alcune donne arrivano nei nostri ospedali con pochissime cure pregresse perché temevano di essere fermate dall’Ice. Loro e i loro bambini non ancora nati non stanno bene; alcune sono in condizioni critiche. Restiamo anche accanto alle donne in travaglio che sono terrorizzate quando i loro mariti smettono improvvisamente di rispondere al telefono, mentre le vecchie scuse di una batteria scarica o di una bolletta non pagata vengono sommerse dall’angoscia della detenzione e della deportazione.

I bambini non sono esenti da questa crisi. Nei nostri ambulatori vediamo vaccinazioni mancate, controlli saltati per epilessia, diabete, ritardi dello sviluppo e condizioni mediche complesse. Nell’unità di terapia intensiva neonatale, restiamo accanto alle culle dei neonati gravemente malati i cui genitori sono troppo terrorizzati per venire in ospedale a confortarli.

Ciononostante, lottiamo contro un senso di impotenza, soprattutto quando non ci è permesso aiutare. Leggiamo la testimonianza di una pediatra che ha ripetutamente insistito per poter controllare il polso di Alex Pretti, per tentare la rianimazione cardiopolmonare. Guardiamo il video di uno di noi, identificandosi come medico e implorando di poter raggiungere Renee Nicole Good, per controllarne il polso, per prendersi cura di lei negli ultimi momenti della sua vita, si è sentito rispondere da un agente armato del governo federale: “Non mi importa”.

Ma a noi importa.

Il testo completo della lettera e l’articolo di approfondimento sono disponibili su Il Punto.