
Report del convegno “Ridisegnare la cura: razionale, aspetti clinici e risvolti etici della desistenza terapeutica” tenutosi in Torino il 18 ottobre 2025.
Dott. Franco Cavalot – Internista, Endocrinologo. Membro dell’Associazione Medicina e Persona.
In data 18 ottobre 2025 presso la Sala Conferenze dell’Ordine dei Medici si è tenuto il convegno “Ridisegnare la cura: razionale, aspetti clinici e risvolti etici della desistenza terapeutica” , organizzato nell’ambito delle attività istituzionali delle commissioni ordinistiche, in particolare della Commissione Etica e Deotologia. Il convegno aveva lo scopo di affrontare le fasi della vita dei nostri pazienti in cui vi è un progressivo decadimento fisico e spesso anche psichico, un ambito della nostra professione che diventa sempre più rilevante, che ha risvolti non solo professionali ed organizzativi, ma anche esistenziali, spirituali, sociali e legislativi.
Sono situazioni che riguardano persone anziane e fragili, persone affette da disabilità gravi, malattie degenerative neurologiche e non solo, neoplasie. Un’analisi approfondita sulla prevalenza del bisogno di cure palliative pubblicata nel 2017 ha stimato una prevalenza tra l’1 e l’1,4% della popolazione nei paesi ad alto reddito (GOMEZ-BATISTE, S. CONNORS Building integrated Palliative Care Programs and Services. University of Vic Eumo Editorial, 2017). In questo studio le patologie responsabili erano per il 38% problematiche cardiache, il 34% neoplasie, il 10% malattie ostruttive polmonari croniche (BPCO) e a scendere altre condizioni. Ma accanto a questa popolazione, l’impiego di metodiche di identificazione precoce ha permesso di individuare un altro 1% della popolazione che presenta bisogni di assistenza a causa dell’invecchiamento, di fragilità avanzata, poli-morbilità e condizioni associate (Maas EAT, Murray SA, Engels Y, et al. What tools are available to identify patients with palliative care needs in primary care: a systematic literature review and survey of European practice. BMJ Supportive & Palliative Care 2013; 3:444–451). Questi dati rendono conto del carico assistenziale per ogni medico di famiglia e per il sistema sanitario: 20-25 persone ogni 1000 abitanti necessita di cure palliative.
Quale è stato il punto di partenza del convegno? Lo stimolo ad organizzare il convegno sono stati il vissuto di ogni giorno, l’imbattersi in svariati pazienti in cui da un lato è chiaro che continuare con la terapia abituale non ha senso, dall’altro il desiderio di capire cosa fare, come muoversi in quella specifica situazione, sia dal punto di vista medico-terapeutico sia dal punto di vista assistenziale. Questo bisogno formativo si è presentato sia a medici che lavorano nell’ambito della medicina territoriale, sia a medici ospedalieri.
Spesso i medici nelle fasi terminali di un paziente si trovano disarmati, non attrezzati dal punto di vista culturale ed operativo e tendono a mantenere lo status quo, o ad implementare nuove terapie invasive come se la situazione clinica non fosse mutata, rischiando di cadere nell’accanimento terapeutico, oppure di ritrarsi, di disinteressarsi del paziente e di abbandonarlo, come se non avessero più niente da fare.
Lavorare alla preparazione del convegno è stato interrogarsi su quale sia il ruolo del medico, se non vi sia ancora più bisogno del medico, che il medico sia presente, e dove anche appare più chiara la peculiarità della nostra professione: le persone che curiamo nelle fasi terminali della vita, e le loro famiglie, hanno più bisogno che mai di qualcuno che le accompagni, dia sicurezza sulle terapie che stanno facendo, che sappia gestire le nuove situazioni di fragilità – fisica, psichica, psicologica, esistenziale – che si vengono a determinare, che sappia soddisfare i nuovi bisogni terapeutici, e non solo, che emergono. Un qualcuno non qualsiasi, ma il proprio medico, in qualche caso il medico che ha assistito quella persona per anni, in altre situazioni il medico che si è trovato a condividere le ultime settimane, gli ultimi giorni o le ultime ore di vita di quella persona; un professionista esperto si, ma anche appassionato, coinvolto, non distaccato, non lontano, che non lascia il paziente e la famiglia da soli in condizioni che possono generare angoscia per la fine prossima, per la paura di stare male, per l’incapacità di gestire le fasi terminali della vita.
In questo convegno abbiamo voluto perseguire la strada di chi vuole imparare a riconoscere tempestivamente le situazioni in cui va modificato l’approccio terapeutico, a modificare la terapia quando l’attività di prevenzione non è più il target prioritario, quando non miriamo più a prolungare la vita, ma a migliorare la qualità della vita al suo termine, a preparare paziente e famigliari a vivere le ultime o penultime fasi, a predisporre le misure medico/sanitario/assistenziali da adottare nelle fasi che precedono la morte, fase che può durare mesi, settimane o giorni. In questo modo non solo si fa un servizio al paziente, ma si evita l’inappropriatezza e forse si riducono i costi per il sistema sanitario.
E’ un tema che riguarda tutti gli operatori sanitari e non solo sanitari, è un campo inter-disciplinare ed inter-professionale.
Nella prima sessione (“Quando e perché fermarsi?”) il relatore dott. Ferdinando Cancelli, palliativista della Fondazione FARO e bioeticista, ha approfondito i presupposti bioetici e storici del concetto di desistenza terapeutica, ha inquadrato la differenza tra proporzione e sproporzione degli interventi terapeutici, gli estremi di abbandono terapeutico e di sproporzione in eccesso (accanimento terapeutico), introducendo il
concetto di desistenza terapeutica come scelta consapevole di non iniziare o sospendere trattamenti futili, sproporzionati o gravosi. È stato richiamato anche il messaggio di Papa Francesco al Meeting Europeo della World Medical Association sulle questioni del fine vita (2017), che auspicava un “supplemento di saggezza”, poiché “oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.
Il prof. Pierpaolo Donadio, primario emerito di Anestesia e Rianimazione, ha poi sottolineato il fatto che la desistenza non è il contrario del non agire, ma un atto medico attivo volto a riportare appropriatezza dove vengono proseguite cure non adeguate. Ha proposto l’immagine del “nastro trasportatore” su cui il paziente sale al momento del ricovero, subendo una serie di interventi spesso non calibrati sulla sua reale condizione clinica complessiva. Ha inoltre ricordato l’esperienza storica del Gruppo Italiano per la Valutazione degli Interventi in Terapia Intensiva (GiViTi), che nei primi anni 2000 pubblicò un dato significativo: le terapie intensive con i migliori risultati clinici avevano anche tassi di desistenza più alti, indicando che la capacità di desistere dava più coraggio nel tentare cure aggressive.
La sessione introduttiva si è conclusa con l’intervento del prof. Mario Bo, direttore della Geriatria Universitaria di Torino, che ha posto l’attenzione sull’anziano pluri- patologico, la cui traiettoria di fine vita è spesso sfumata, lunga, irregolare e difficile da prevedere. Illustrando i risultati e le implicazioni dell’introduzione della “domanda sorprendente” nella routine di accettazione dei pazienti ricoverati nella sua unità operativa, il prof. Bo ha sottolineato come, in assenza di criteri prognostici chiari e condivisi, l’uso di strumenti integrati alla valutazione geriatrica possa supportare l’esperienza clinica nell’individuare coloro che si stanno avvicinando alla fine della vita e che tale riconoscimento rappresenti un passaggio imprescindibile per ridefinire il senso della cura, orientandola alla proporzionalità degli interventi ed ai bisogni reali e riconosciuti del paziente.
La mattinata è proseguita con la sessione “Cosa pianificare e come integrarsi?”.
La dott.ssa Federica Ghione, internista ed esperta di cure palliative, ha illustrato la legge 219/2017 sul fine vita, in vigore in Italia da qualche anno ma ancora poco conosciuta, spiegando la differenza tra Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) e Pianificazione Condivisa delle Cure (PCC), proponendo queste ultime come strumento clinico di grande aiuto nella gestione di malati cronici e anziani. Ha inoltre presentato l’esperienza concreta di un reparto di Medicina Interna.
Il dott. Giuseppe Naretto, responsabile della SC Cure Palliative dell’ASL Città di Torino, ha poi illustrato come avviene la continuità delle cure nel passaggio dall’ospedale
al territorio (e viceversa, quando necessario), sottolineando la necessità della condivisione non solo con il paziente ma anche tra professionisti, in cui ciascuno deve fare la propria parte nella pianificazione, nella consapevolezza e nell’accompagnamento del singolo malato.
Con la dott.ssa Marisa Gai, Internista presso l’Ospedale Koelliker, mediante la presentazione di alcuni casi clinici abbiamo approfondito gli aspetti della comunicazione con la famiglia, dell’interazione con famigliari refrattari e delle situazioni personalmente coinvolgenti in cui si possono venire a trovare gli operatori sanitari nel Corso dei processi decisionali e gestionali.
Nel pomeriggio è stato sviluppato il tema “Come fare meglio?”, con la relazione del dott. Andrea Pizzini, responsabile della formazione in Medicina Generale, che ha introdotto il concetto del “deprescribing”, presentando dati scientifici e strumenti pratici sulla modalità per semplificare o sospendere terapie farmacologiche non più necessarie.
Al termine della giornata il dott. Ferdinando Garetto, palliativista, responsabile dell’Hospice Cottolengo di Chieri (TO), ha introdotto l’esperienza delle cure palliative, non solo per i malati oncologici ma anche, sempre più frequentemente, per quelli cronici non oncologici, che rappresentano una quota crescente degli accessi in Hospice; ha riportato la testimonianza di come sia importante esserci, essere presenti fino alla fine, in continuità con tutti coloro che si sono presi cura di quella persona. Ed ha sottolineato il tema emergente dell’integrazione tra specialisti (anestesisti, internisti, geriatri, etc) e palliativisti, anche per evitare la sofferenza iatrogenica a volte indotta da trattamenti o approcci inappropriati, con la necessità di approfondire gli strumenti per l’identificazione precoce dei pazienti che necessitano di cure palliative e di avere una formazione specifica sulla palliazione diffusa a tutti i professionisti della salute.
La giornata è stata intensa, vivace nella partecipazione e cordiale nel
clima, coinvolgendo circa 120 partecipanti. E’ emerso nei vari interventi come la relazione con il malato sia la base di ogni tentativo di appropriatezza e di desistenza, la quale spesso coincide proprio con una maggiore appropriatezza. In un contesto culturale e sociale in cui si tende a vivere come se la morte non esistesse e ad esorcizzare la fine della vita senza coglierne le opportunità per affrontare le pur rilevanti domande esistenziali, il compito del medico è quello di favorire un ambiente sereno in cui le problematiche sanitarie ed assistenziali sono affrontate e, si spera, risolte. Il convegno è stato un’importante occasione per portare un contributo originale sul tema della gestione del malato cronico alla fine della vita in un contesto a volte caratterizzato da confusione sulle scelte da compiere e dalla difficoltà ad accedere ai percorsi più opportuni per le condizioni del paziente.
Torino, 14 dicembre 2025
